FISIO EVIDENZE del Dott. Raffaele Tafanelli

IL PRINCIPIO DI MINOR RESISTENZA E LE SUE RIPERCUSSIONI SU MOVIMENTO E DOLORE

Raffaele Tafanelli
Scritto da Raffaele Tafanelli
 

Il movimento ha una semplice funzione: permetterci di relazionarci con oggetti e individui dell’ambiente circostante; in tal senso, può essere riduttivamente concepito come uno strumento di interazione.

Questo articolato strumento è composto (oltre che dalle aree motorie del cervello e dalle lamine motorie del midollo spinale organi cruciali ma non interessanti al fine dell’approfondimento) di varie articolazioni, nervi, muscoli, capsule, legamenti e tendini che agiscono più o meno in sinergia al sol scopo di permettere questa interazione con l’ambiente circostante.

Un esempio chiarificatore ti mostrerà cosa intendo.

Immagina tu debba prendere un portachiavi che ti è caduto; il solo fine del movimento è permetterti di raccoglierlo, in che modo non importa. A seconda della tua costituzione morfologica, del tuo sesso, del tuo apprendimento motorio e di altri impercettibili parametri “utilizzerai” di più o di meno articolazioni e muscoli coinvolti nello specifico movimento.

Se facessimo infatti raccogliere quel portachiavi a 1000 persone, ognuna sfrutterebbe il proprio sistema di movimento in maniera completamente diversa. Qualcuno si accovaccerebbe usando di più anche ginocchia e caviglie, altri piegherebbero molto la schiena e per niente le ginocchia e le anche, altri ancora allargherebbero leggermente le gambe per avvicinarsi all’oggetto, per poi flettere la schiena e cosi via. Così tante varianti di movimento, ma un unico obiettivo: prendere l’oggetto a terra.

A partire dall’osservazione di questi parametri di attivazione muscolare e movimento, una domanda insulsa, che si è insinuata nelle viscere della fisioterapia muscolo-scheletrica e della medicina in genere è:

QUAL E’ IL MOVIMENTO MIGLIORE PER ESEGUIRE LE DIVERSE ATTIVITA’ DELLA VITA QUOTIDIANA E TUTELARE LA SALUTE DI ARTICOLAZIONI E MUSCOLI?

Senza perderci in inutili speculazioni, ti spiegherò velocemente (in pochi punti) in cosa è insito il cortocircuito logico di questa domanda.

Punto primo: la natura non conosce il concetto di corretto e scorretto e di migliore. Sono parole vuote, senza alcun supporto scientifico. La terminologia corretto e scorretto serve più ad interpretare giochi di ruolo sociale del tipo fisioterapista/paziente, professore/studente e così via, in cui il primo ha il presunto merito di avere una cultura superiore, e per questo scegliere un tracciato di regole prestabilite ed infliggere premi e punizioni in base al rispetto delle regole, e il secondo, invece, il ruolo di ignorante, che deve sottostare (come una marionetta) ai comandi senza chiedersi il perché. Il nostro organismo non conosce questi giochini di ruolo.

Punto secondo: dal momento che la costituzione muscolo-scheletrica è molto differente da un individuo ad un altro e dipendente dalla genetica, dall’apprendimento motorio e da continui adattamenti, se ne deduce che un insieme di movimenti dannoso per te o per me potrebbe giovare ad altre 100 persone e viceversa. Non ci vengono in aiuto neanche gli studi su quale in media è il movimento della popolazione standard senza disturbi, in quanto tanti individui hanno alterazioni morfologiche per cui danneggerebbero facilmente il proprio sistema muscolo-scheletrico se imittassero la popolazione asintomatica standard.

Terzo ed ultimo punto: la biomeccanica e la fisica non ci vengono in aiuto (nel giudizio della correttezza tecnica del gesto) in quanto una distribuzione biomeccanica ideale del carico (durante l’esecuzione del movimento) non rispecchierebbe nè rispetterebbe le diverse capacità di muscoli e articolazioni. Infatti ogni regione anatomica si adegua in modo graduale e progressivo ai lavori e ai carichi imposti secondo il noto principio SAID (adattamenti specifici al tipo di lavoro imposto). Questo significa che se nel corso della vita ti sei piegato tanto con la schiena e poco o nulla con anche e ginocchia, la tua schiena sarà più incline a flettersi e a sopportare carichi maggiori nella direzione della flessione (rispetto ad anche e ginocchia). Si giunge quindi alla conclusione paradossale che la biomeccanica ideale andrebbe facilmente a sovraccaricare le regioni più deboli e a decondizionare quelle più competenti.

Pertanto hai scoperto che insigni professori e fisioterapisti dei “movimenti correti e scorretti” ti insegnano il nulla cosmico; anzi il loro libretto di manutenzione, che ti dettano dalla cattedra del presunto buon senso, non è supportato dallla medicina delle prove di efficacia.

Ciò da cui si dovrebbe partire, per comprendere un po’ come ti muovi, è il principio di efficienza energetica: Tra diversi gesti motori il nostro organismo predilige sempre quelli a minor dispendo energetico, che garantiscano al contempo la massima resa.

Ciò accade perchè abbiamo un cervello che ha un bisogno elevato e costante di ossigeno e glucosio, che non possono essere sprecati dal sistema in processi inefficienti.

Il principio di minor resistenza al movimento è una conseguenza del principio di efficienza.

Tra i vari gruppi articolari si attiveranno maggiormente quelli le cui strutture oppongono minore resistenza al movimento, che ci si accinge a compiere. E quali articolazioni oppongono minore resistenza? Quelle che, per costituzione o apprendimento, sono più mobili rispetto al resto, nell’esecuzione dello specifico movimento.

Stessa cosa per i muscoli e il sistema nervoso:verranno reclutati dal sistema nervoso quei muscoli che permettono di raggiungere l’obiettivo del movimento con il minor dispendio energetico e che offrono la minore resistenza (che sono stati reclutati più spesso per quel dato movimento).

Diventa quindi intuitivo comprendere come soggetti con un’articolazione coxo-femorale (anca) rigida prediligano flettere la schiena, soggetti che hanno appreso (per meccanismi di imitazione) a flettere ginocchia e anche per raccogliere gli oggetti, non si sognerebbero mai di flettere tanto la propria schiena.

Potresti chiederti allora “Ma come è possibile allora che le articolazioni che lavorano di più non si usurino prima, visto che vengono sfruttate di più?”

Ci viene in aiuto il principio (verificato in più studi e su più tessuti) di adattamento o di ormesi. Le strutture biologiche reagiscono ai carichi di lavoro imposti (se graduali e progressivi) incrementado la loro funzionalità (elasticità alle forze tensive, densità e altri parametri). Perfino i dischi intervertebrali (che si riteneva un tempo fossero strutture inerti tendenti sempre e comunque ad una ridzione del loro contenuto di acqua e alla degenerazione) hanno enormi capacità di irrobustirsi a carichi graduali e progressivi.

Pertanto, al contrario di ciò che si pensa, le articolazioni che vengono usate di più diventano più forti, se si offre il giusto tempo di recupero e se si rispettano i principi di gradualità e progressività del carico di lavoro. Le strutture che vengono sfruttate meno intraprendono un percorso di lento e graduale decondizionamento, fino a giungere a processi di atrofia. Un caso emblematico è rappresentato dai pazienti allettati, che vanno precocemente incontro ad atrofia muscolare e a osteoporosi da decondizionamento meccanico.

Ora, se hai letto con attenzione i principi che ti ho esposto, capirai bene che, proprio a causa del principio di efficienza energetica, si creano importanti squilibri di reclutamento, tra i vari gruppi articolari e muscolari nell’arco di anni.

Infatti…

Il problema principale è che il principio di minor resistenza fa sì che si sfrutti automaticamente sempre in modo maggiore l’articolazione più funzionale e competente e si escludano sempre di più le altre, fino al punto in cui le articolazioni più utilizzate non hanno più a disposizione periodi di stop durante la giornata, per recuperare. Solo a questo punto compaiono le sindromi da sovraccarico segmentario, in cui l’articolazione più sottoposta a stress può subire danni tissutali con infiammazione e dolore. Al contrario, le zone e i muscoli sottoposti a sottoutilizzo possono sviluppare sindromi dolorose da decondizionamento (sindromi da underuse un esempio è il dolore da debolezza muscolare post immobilizzazione).

Per risolvere queste sindromi (da sovraccarico) parto dall’analisi delle variazioni del disturbo, a partire dal cambiamento dei pattern di reclutamento muscolare e attivazione articolare, per poi fornirti degli schemi di movimento complementari che servano, non tanto a cambiare il movimento più efficiente, ma a far recuperare articolazioni, tendini e muscoli sottoposti a sovraccarico. Al tempo stesso ti fornisco gli esercizi adatti per rinforzare quei muscoli deboli, non reclutati nello schema motorio standard che utilizzi tutti i giorni in modo da correggere gli squilibri muscolari presenti.

Esempi di disturbi che possono essere correlati a sovraccarico sono alcune forme di mal di schiena e di dolori alle anche, le tendinopatie achillee da iperpronazione del piede, alcune forme di tendinopatia glutea, la famosa (in ambito sportivo) sindrome della bandelletta ileo-tibiale e sintomi al piriforme.

Non dimenticare che Il dolore è infatti, in questi casi selezionati, solo espressione dell’incapacità di una regione di recuperare efficacemente; soltanto che non sai come fare e quindi non hai la capacità di variare e reinterpretare alcuni movimenti, quel tanto che basterebbe a far recuperare la zona posta in sovraccarico.

Circa l'autore

Raffaele Tafanelli

Raffaele Tafanelli

Fisioterapista di esperienza presso Fisio@RT a San Severo

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